Mio caro papà,

sai, ti penso spesso… Penso a come sarebbe stato bello passare più tempo con te; penso a come sarebbe stato bello poter condividere con te le mie emozioni, le mie passioni, i miei sogni; penso alle risate che avremmo potuto farci quando a 10 anni mi travestii, nel giorno di carnevale, da bambina, piuttosto che il tuo viso arrabbiato; penso a quante cose avresti potuto insegnarmi e quante ne avrei potuto imparare io… La tua vicinanza, la tua presenza, è stata minore, non so perché. Forse per il fatto che siamo spesso lontani, nonostante siamo vicini fisicamente; forse per il fatto che “tu sei l’uomo che non deve chiedere mai”; forse perché non riesci ad esprimere i tuoi sentimenti. Tuttavia, ho imparato da te ad essere orgoglioso, la testardaggine e l’indipendenza, la determinazione! Papà, mi auguro che un giorno riuscirai a capire l’importanza di questa parola, la tua importanza per me, la tua presenza, la tua assenza… Papà…

Secondo il vocabolario Treccani, la parola deriva dal latino pater-patris ed indicherebbe colui che ha generato uno o più figli e, nella maggior parte dei casi, si occupa, assieme alla madre, dello sviluppo sociale, affettivo ed umano degli stessi; con questo termine ci si riferisce ai progenitori, antenati; è un maestro, è un’autorità; è l’uomo che si comporta come un padre, adempiendo alle sue funzioni pur non essendolo.

Nella nuova comunità, quella in cui oggi viviamo, è impensabile portare avanti l’idea di una famiglia patriarcale, quella dove il padre e solo lui è il detentore della legge. L’affacciarsi nel mondo del lavoro della donna ha quasi imposto la doppia presenza in famiglia non solo della figura materna, ma anche di quella paterna: è un padre empatico, donatore di senso, generativo che contribuisce allo passaggio di significato tra le generazioni e lo rinnova attraverso la cura. Oggi il papà non è più marginale, la sua presenza apporta notevoli modifiche nel sistema familiare. Ma come si diventa padre anche psicologicamente e non solo biologicamente? Diventare padre significa assumere tale ruolo legato a fattori psicologici, sociali, culturali e biologici che ne costituiscono la base, caratterizzandone i comportamenti e le aspettative. Nel rapporto di cura la figura del padre è percepita come qualcosa di separato, per cui durante la crescita la bambina svilupperà una maggiore capacità empatica ed il bambino sperimenterà la separazione dalla figura materna come passo per l’individuazione, rendendo difficile il riconoscimento rappresentativo dell’elemento femminile.

La rappresentazione tradizionale del padre è quella di detentore del potere, della legge, dell’autorità, della verità della parola; dopo il primo riconoscimento, quello materno, il padre conosce il bambino, lo presenta al mondo, ed egli è il legame con il sociale e la cultura, garante delle norme: il padre è “ascendenza, eredità e diritto” (Brusset, 1995). Negli ultimi anni, invece, l’interesse si è spostato alla conciliazione tra i diversi impegni che le coppie di genitori si trovano ad affrontare. Padri e madri creano nuove organizzazioni lavorative e familiari, improntate sull’interscambiabilità, poiché la nascita di un figlio rappresenta un evento che segna un passaggio di ridefinizione del sistema familiare. Le testimonianze di alcuni papà portano con sé prospettive passate e nuove: l’avere meno tempo libero e più responsabilità, si contrappone a chi cerca di essere più presente possibile, lasciando spazio alla moglie per prendersi cura di se stessa. Affrontano, inoltre, con prospettive diverse il cambiamento legato alla nascita dei figli: le prime percorrono un percorso già conosciuto, quasi naturale; i secondi percorrono questo percorso solo nel momento della nascita del figlio, indice di nuove responsabilità. Ma in fondo, cos’è un padre? E’ la sorpresa della prima ecografia; è dire ai propri genitori “Diventerete nonni” ed ai propri fratelli “Sarete zii”; è cercare la culla più comoda, il passeggino più bello; è chiedersi se sarà maschio o femmina, fingendo che non ci sia differenza, ma basta che stia bene; è esclamare “E’ UN Napoletano doc!”; è l’attesa dei 9 mesi; è restare sveglio 24 ore perché le contrazioni tardano ad arrivare; è aspettare con amici e familiari in una sala d’attesa il lieto evento, mangiando una pizza e bevendo Coca- Cola; è addormentarsi stremato sulle scomode sedie, girando e rigirandosi in continuazione; è essere chiamato perché “Finalmente è nato!”; è emozione, un pianto di gioia dopo aver visto il miracolo della vita, il proprio bambino; è la ricerca, la preoccupazione, un sogno, una speranza… E’ molto, molto altro ancora!